domenica 17 agosto 2008

La holding affaristico-criminale attiva sul territorio nazionale nel ciclo dei rifiuti



Di seguito pubblichiamo le conclusioni del “Documento sugli assetti societari degli operatori del ciclo dei rifiuti” predisposto dalla “Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse”.

“Come detto in sede di premessa, il punto di partenza di quest’attività di ricerca è il sequestro – richiesto dalla Commissione – di un’area nominalmente adibita a lavaggio di bidoni per il trasporto di rifiuti pericolosi. Dalla società operante in quell’area (ndr: la Sir Srl di Roma) si è avviata la ricerca dei nessi societari e organizzativi con altre aziende attive nel ciclo dei rifiuti.

I gruppi citati rappresentano una rilevante quota dell’imprenditoria di settore: quello descritto se non è ancora un cartello, è certamente un sistema che presenta elementi rilevanti di distorsione del mercato, con ricadute negative sullo stesso funzionamento delle regole della libera concorrenza.

Le ragioni delle cointeressenze possono infatti prevalere su quelle della concorrenza, con evidenti svantaggi per quelle società che sono al di fuori di questo panorama e soprattutto per il settore pubblico ed i cittadini che invece hanno tutto da guadagnare in un corretto sistema di mercato.

Devono quindi essere messi in evidenza una serie di elementi: il primo riguarda l’incrocio tra i nominativi delle società citate in questa relazione e la loro presenza o meno in atti giudiziari a disposizione della Commissione.

Da questo punto di vista è opportuno segnalare come le maggiori inchieste giudiziarie condotte dalla magistratura e dalle forze dell’ordine in questo campo hanno riguardato società o personaggi qui citati, dall’inchiesta sulla discarica di Pitelli all’operazione Trash, dalle indagini sui compostatori-fantasma a quella sugli appalti del comune di Anzio.

Si tratta pertanto di società e persone coinvolte a vario titolo in una gestione del ciclo dei rifiuti che – per tutti gli anni 80 e buona parte degli anni 90 – aveva assunto le caratteristiche di un settore senza regole, pienamente inserito nel meccanismo poi divenuto noto come «Tangentopoli».

Non solo: si può affermare per molte delle società citate (in particolare la Sir o le società facenti capo a Orazio Duvia) che le stesse agiscono su un doppio binario, quello della legalità e quello dell’imprenditoria deviata.

Dalla lettura del documento, emerge poi in maniera netta che i diversi gruppi imprenditoriali sono al tempo stesso concorrenti e partner, con evidenti ricadute negative sul sistema e sulla trasparenza degli appalti nel settore.

C’è da osservare il ruolo di alcune società che si presentano come incroci di diversi interessi: la Slia S.p.A., la Slia-Spra, la Etr, la Ecoservizi SpA e la Gsa.

Nella Slia SpA (detenuta in maggioranza dal gruppo Cerroni) l’11,1% del capitale sociale è in possesso di Francesco Rando, che ricopre – tra l’altro – l’incarico di presidente del consiglio di amministrazione della Ines Sud Srl, società del gruppo Sir.

Per quanto riguarda la Slia-Spra, si tratta di una società in cooperativa tra la Slia e la Spra e quindi tra il gruppo Cerroni e il gruppo Colucci-Pisante.

Nella Etr, invece, il 90% del capitale sociale risulta detenuto dal gruppo Falck e il 10% dal gruppo Colucci-Pisante. Il capitale sociale della G.s.a., invece, è suddiviso paritariamente tra la Waste Italia e la Ecosesto S.p.a., azienda del gruppo Falck.

Infine la Ecoservizi S.p.a., azienda del gruppo Waste Italia, nella quale ricopre, dal 27 novembre 1998, l’incarico di consigliere Manlio Cerroni.

L’ultimo elemento da mettere in evidenza – per le sue ricadute di scarsa trasparenza – è la riconducibilità di molti dei gruppi citati ad aziende svizzere o lussemburghesi.

Come si è visto dalla lettura del documento, infatti, la ripartizione del capitale sociale di queste società estere non è noto, e non è pertanto possibile risalire ai reali titolari dei gruppi citati.

Dal punto di vista delle quote di proprietà, un’anomalia è rappresentata dal fatto che in molte occasioni società con un capitale di centinaia di milioni (quando non di miliardi) sono controllate da società con il minimo capitale sociale previsto dalla legge (20 milioni). Ciò si accompagna al cosiddetto meccanismo delle «scatole cinesi» per cui le società si controllano a vicenda, e non è possibile comprendere in definitiva la reale titolarità dell’impresa.

Esiste infine un ultimo elemento da evidenziare, connesso a quel meccanismo di concorrenza-partenariato sopra richiamato: un mercato così costituito è di fatto povero di risorse, che generano anomalie anche rilevanti. Si verificano casi di appalti suddivisi in diversi lotti a cui partecipa un numero di società pari ai lotti in assegnazione. Un meccanismo illustrato alla Commissione per quanto riguarda la città di Catania, ma che risulta essere in atto anche per Napoli.

Illeciti nel settore ambientale ed amministrativo, una concorrenza non piena nonché una scarsa trasparenza: si tratta di tre elementi che emergono in maniera forte da questo che è solo un primo screening”.

Leggi tutto il documento


Nessun commento: